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Inviato da avatar DAMIANO VOLANTE il 24-02-2014 alle 13:16

                                                      LA CULTURA   DEL   TERRITORIO   DIMENTICATA

 

234 miliardi. Questa è la somma notevole che la Corte dei Conti ha chiesto alle agenzie di rating Standard & Pools, Moody’s e Fitch per il downgrade del 2011 in quanto non avrebbero tenuto conto “…dell’alto valore del patrimonio storico, culturale e artistico del nostro Paese che universalmente riconosciuto rappresenta la base della sua forza economica”.

Ma è plausibile una simile valorizzazione del nostro patrimonio culturale?

Da tempo il nostro patrimonio storico-artistico, culturale, ambientale e paesistico è sottoposto ad un attacco generalizzato e demolitore mai visto da quando esistono in Italia leggi di salvaguardia.

I beni culturali, ad esempio, rappresentano l’identità e la memoria storica di un paese e, unitamente alle Associazioni di tutela e ambientaliste, Communitas ha sempre espresso la più viva preoccupazione per lo stravolgimento di ricchezze di inestimabile valore, la cui importanza è testimoniata dal dettato dell’art. 9 della Cost., a tutt’oggi ignorato.

Gli stranieri continuano ad arrivare nel nostro Paese soprattutto per ammirare le nostre città d’arte, studiare nelle nostre biblioteche e vivere nei nostri paesaggi, ma tuttavia non bisogna sottovalutare l’impossibilità di una sistematica catalogazione dello sconfinato patrimonio storico-artistico, architettonico e demo-etno-antropologico, condizione indispensabile per un’efficace tutela del nostro Patrimonio Culturale, in parte ancora nascosto negli Archivi.

Ma in queste condizioni di scarsa crescita culturale delle conoscenze di una comunità, quanto valgono i beni culturali e fino a che punto si può pensare ad una “fertilizzazione culturale”, per usare la felice espressione di Ludovico Solima? 

Molti sostengono che l’obiettivo primario dovrebbe essere valorizzare la qualità del cittadino ed in questo il nostro Paese sarebbe avvantaggiato dalla capillare diffusione di 4500 musei tra strutture pubbliche e private, in un tessuto territoriale costituito da un susseguirsi di paesaggi, centri storici ed architettonici che differenziano l’Italia dagli altri Paesi europei.

“Il museo deve riscoprire se stesso come spazio sociale”, come sostiene Alessandro Bollo, responsabile ricerca della Fondazione Fitzcarraldo, in quanto è una peculiarità del nostro Paese dove, oltre a quelli già noti a livello internazionale, la stragrande maggioranza sono piccoli e medi musei che narrano “…la storia di un territorio, i suoi costumi e le sue abitudini”, elaborando progetti culturali con grande partecipazione dei cittadini.

Diffuse altrettanto capillarmente sono le Biblioteche, vere e proprie “piazze del sapere” (come le ha definite Antonella Agnoli) in cui non soltanto si conservano libri distribuendoli ad una comunità che vi si riconosce ma anche dove potrebbero essere promosse svariate iniziative.

Il miglior esempio in merito ci viene da Londra dove, con gli “Idea’s Store”, l’italiano Sergio Dogliani è tra i fondatori di una catena di centri polifunzionali in cui, alla biblioteca, è affiancato il Caffè, Internet Point, Corsi di Cucina Etnica, Danza e di Integrazione Sociale.

Pertanto i Musei potrebbero facilmente ispirarsi a questi modelli di vero welfare culturale, validi per tutte le tipologie tematiche, coinvolgendo le comunità dalle quali hanno tratto i materiali esposti e alimentando così dei veri e propri “circuiti culturali”: per sintetizzare, dovrebbero essere delle strutture in dialogo permanente con i cittadini ed il suo territorio. 

Le risorse destinate alla tutela del nostro Patrimonio Culturale calano costantemente ogni anno e continuano sia a registrare crolli, come a Pompei, sia a spendere con lentezza i Fondi dell’Unione Europea, destinati alla messa in sicurezza del sito: un esempio di “efficienza”, paragonabile alla chiusura la domenica di alcune sale della Galleria Borghese e di Palazzo Barberini per carenza di custodi.

A questo proposito, viene segnalata già da tempo una disattenzione delle scuole, che portano sempre meno frequentemente i ragazzi nei musei. Ma questa disaffezione va superata verso musei, siti archeologici e gallerie e, a questo proposto, riportiamo l’esempio fatto dallo studioso Leon: “ un sito archeologico in cui figura un Foro Romano può fornire, con didascalie e apparati informativi, una serie di racconti che rievocano il Diritto Romano. In questo modo, verrebbe coinvolto un settore di pubblico che va dagli studenti di Giurisprudenza agli Avvocati”.

Alcuni degli esperimenti illustrati sono già in corso nel nostro Paese, mentre nel Nord Europa e negli Stati Uniti sono ampiamente diffusi..

Tuttavia, sarebbero necessari grossi stanziamenti economici e nuove politiche culturali per superare il profondo divario tra le sensibilità della Società Civile e la totale sordità della classe politica, ed applicare completamente quanto sancito dall’art. 9 della Cost.: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico ed artistico della Nazione”.

 

Damiano Stefano Volante

Presidente di Communitas2002

Cittadini per l’Etica nella Politica

direzione@communitas2002.it

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